Quando si parla di arte moderna a Londra si parla ovviamente di lei, della Tate Modern.
Sebbene non sia la Tate più antica, e forse nemmeno la più prestigiosa, sicuramente è quella più famosa.
Inaugurata esattamente venticinque anni fa, la Tate Modern è il museo londinese di riferimento per tutti gli appassionati di arte moderna, ma anche per chi vuole semplicemente curiosare tra opere e installazioni inserite in un contesto industriale magnificamente posto a servizio dell’arte.
Ma cosa vedere alla Tate Modern? Vi suggerisco 10 opere da non perdere!
Tate Modern, storia di un’ex centrale elettrica
La firma dell’edificio è di Sir Giles Gilbert Scott, lo stesso di Battersea Power Station, ma anche dell’iconica red telephone box.
Mentre però la ex-centrale di Battersea ha avuto una riconversione tutta commerciale, diverso è stato il destino per la Bankside Power Station.
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Dopo essere caduta in disuso per oltre un decennio, nel 1994 viene scelta per ospitare la Tate Gallery of Modern Art, spin off della Tate Britain completamente dedicato all’arte moderna.
La Tate Modern è così inaugurata l’11 maggio del 2000, con la prima opera appositamente commissionata per la Turbine Hall: Maman, il gigantesco ragno in bronzo di Louise Bourgeois.

Cosa vedere alla Tate Modern: guida alla visita con mappa
Come per tutti i grandi musei londinesi, è sempre meglio arrivare preparati su quello che si vuole vedere.
Utilissimo quindi prendere familiarità con la mappa della Tate Modern: come vedete, si divide in due edifici – Natalie Bell Building e Balvatnick Building – collegati da un ponte pedonale posto al quarto piano.
Il mio consiglio è di entrare dalla Turbine Hall e ammirare The Tanks, lo spazio con il celebre scalone di cemento, prima di salire al quarto piano del Natalie Bell Building dove iniziare la vostra visita dalle sezioni Materials and Objects e Media Networks per poi scendere ai piani inferiori.
Personalmente sento più affinità con il tipo di arte esposta alla Tate Britain, quindi iniziare la visita dai piani alti della Tate Modern consente di vedere subito le opere più concettuali e – per quel che mi riguarda – uscire con meno “inquietudine”.
Ovviamente si tratta di gusti: dipende molto da che tipo di rapporto avete con l’arte moderna!

Se preferite, potete anche affidarvi a un tour guidato o dedicarvi solo alle mostre temporanee.
10 opere da non perdere alla Tate Modern
Lobster Telephone, Salvador Dalí – Materials and Objects
Lobster Telephone è, come dice il nome, realizzata dall’unione di elementi normalmente non associati tra loro, che danno vita a qualcosa di spiazzante: giocoso e respingente allo stesso tempo.

Dalí associava a tali oggetti una forte connotazione sessuale e credeva potessero rivelare desideri segreti dell’inconscio.
Non capisco perché, quando chiedo un’aragosta alla griglia in un ristorante, non mi venga mai servito un telefono cotto; non capisco perché lo champagne sia sempre ghiacciato e perché invece i telefoni, che sono abitualmente così spaventosamente caldi e sgradevolmente appiccicosi al tatto, non vengano anch’essi messi in secchi d’argento con del ghiaccio tritato intorno.
Surrealismo alla sua apoteosi.
Fountain, Marcel Duchamp – Materials and Objects
Una delle opere più famose di Duchamp, icona del readymade ovvero un oggetto di ordinaria manifattura reinterpretato dall’artista come opera d’arte.
L’originale del 1917 è in realtà andata perduta: quella esposta alla Tate Modern è infatti una replica del 1964 e ha generato molte interpretazioni e continua a essere vista come un’opera che sfida – o almeno complica – la convenzionale definizione di arte.
Duchamp fece in modo che Fountain venisse sottoposta come opera d’arte di un tale R. Mutt alla neonata Society of Independent Artists di New York che Duchamp stesso aveva contribuito a fondare.

Il fatto che R. Mutt fosse un artista sconosciuto permetteva a Duchamp di testare l’apertura della Society of Independent Artists nei confronti di opere d’arte non conformi agli standard estetici e morali convenzionali, senza compromettere il risultato.
In risposta all’interesse della stampa per la vicenda, il Consiglio Direttivo rilasciò una dichiarazione che ben delineava la sua posizione rispetto all’opera:
L’orinatoio può essere un oggetto molto utile al suo posto, ma il suo posto non è in una mostra d’arte e non è, per definizione, un’opera d’arte.
Una posizione che i posteri hanno decisamente ribaltato.
Seated Woman in a Chemise, Picasso – Media Networks
Un’opera di Picasso un po’ atipica se vogliamo, lontana dal quel cubismo che tanto lo ha caratterizzato.
Picasso dipinse Seated Woman in a Chemise nel suo studio di Parigi, nel 1923, quando la Francia era attraversata da un cambiamento estetico e culturale che portava gli artisti come lui a intraprendere un percorso dai movimenti artistici precedenti la Grande Guerra, come il cubismo analitico, verso pratiche che rifuggivano l’astrazione.
L’opera è quindi un esempio chiave del “periodo” neoclassico di Picasso, evidente nei tratti e nella posa della figura femminile che ricordano la scultura classica in rilievo.
Un interesse quello di Picasso per le fonti neoclassiche che si sviluppò dopo la sua prima visita in Italia nel 1917 e che per diversi anni si sovrappose alle sue continue esplorazioni cubiste.


Dearest Art Collector, Guerrilla Girls – Media Networks
Si tratta di uno trenta manifesti pubblicati in un portfolio intitolato Guerrilla Girls Talk Back dal gruppo di artiste americane anonime riunite sotto lo pseudonimo di Guerrilla Girls.
Nate nel 1984, le loro opere denunciano discriminazioni sessuali e razziali nel mondo dell’arte, in particolare a New York.

Proponendosi come “coscienza del mondo dell’arte”, a partire dal 1985 iniziano una campagna di affissioni che prende di mira musei, mercanti d’arte, curatori, critici e artisti ritenuti attivamente responsabili o comunque complici dell’esclusione delle donne e degli artisti non bianchi dalle mostre e dalle pubblicazioni tradizionali.
Le loro opere sono caratterizzate dal linguaggio visivo tipico della pubblicità, con lo scopo di trasmettere i messaggi di denuncia in modo rapido e immediatamente accessibile.
Semplicemente geniali.
Babel, Cildo Meireles – Media Networks
Centinaia di radio analogiche, simili ma tutte diverse, impilate l’una sopra l’altra, dalle più grandi e vecchie alle più piccole e moderne.
Le radio sono sintonizzate su una moltitudine di stazioni differenti: pur essendo regolate al minimo, creano una cacofonia di suoni bassi e continui che rendono le voci o la musica trasmesse di fatto indecifrabili.

Una vera e propria Torre di Babele moderna, immersa in un ambiente illuminato da una luce blu che conferisce all’intera struttura un effetto ancora più straniante.
Per realizzare la sua Babel, dalla progettazione all’effettivo completamento, l’artista brasiliano Cildo Meireles ha rivelato di aver impiegato circa 10 anni!
Whaam!, Roy Lichtenstein – Media Networks
Un grande dipinto su due tele di Roy Lichtenstein, esponente della pop art americana.
Pur riconoscendo di attingere all’immaginario popolare della pubblicità e dei fumetti, Lichtenstein utilizza questo stile per compiere un atto di trasformazione di una scena drammatica.
Sto nominalmente copiando, ma in realtà sto riadattando la cosa copiata in altri termini.
Whaam! è stata realizzata nel 1963, in piena Guerra del Vietnam.
Considerando il servizio militare prestato dallo stesso Lichtenstein tra il 1943 e il 1946, l’opera può essere letta come una dichiarazione sulla follia della guerra: una decostruzione dell’eroismo militare attraverso lo stile del fumetto.

Marilyn Diptych, Andy Warhol – In The Studio
Marilyn Monroe morì per un’overdose di sonniferi il 5 agosto 1962, lo stesso mese in cui Andy Warhol iniziò a lavorare con la tecnica della serigrafia.
Tra allora e la fine dell’anno Warhol realizzò almeno ventitré dipinti di Marilyn, tutti basati sulla stessa fotografia scattata come pubblicità per il film Niagara del 1953.
L’opera esposta alla Tate Modern è composta da cinquanta immagini: venticinque a colori sul lato sinistro e altrettante in bianco e nero sul lato destro, a suggerire la molteplicità di significati nella vita e nell’eredità dell’attrice.

The Snail, Henri Matisse – In The Studio
Dopo il 1948 Matisse non poté più dipingere a causa dei suoi problemi di salute ma, sebbene costretto a letto, realizzò una serie di opere note come gouaches découpées.
Queste erano realizzate tagliando o strappando forme dalla carta che era stata dipinta con gouache, un tipo di tempera più pesante e opaca: le forme venivano posizionate e incollate da un assistente che lavorava sotto le dirette istruzioni di Matisse.
L’idea di quest’opera nacque dai molti disegni di lumache fatti da Matisse.
Prima di tutto ho disegnato la lumaca dalla natura, tenendola in mano. Mi sono accorto di uno srotolamento, ho trovato nella mia mente un’immagine purificata dal guscio, poi ho preso le forbici.
Matisse ha quindi combinato coppie di colori complementari – rosso/verde, arancio/blu, giallo/malva – per creare un effetto particolarmente vibrante e per tale motivo il quadro ha anche il titolo alternativo di La Composition Chromatique.

Yellow Islands, Jackson Pollock – In The Studio
Un grande dipinto a olio i cui motivi astratti sono stati ottenuti versando la pittura a strati – pima bianco e poi nero – su una tela beige, la cui superficie rimane parzialmente visibile in alcuni punti.
I colori cremisi e gialli invece sono stati aggiunti solo alla fine con un pennello.

L’autore è Jackson Pollock, l’artista espressionista astratto americano noto soprattutto per essere stato il pioniere dell’action painting, una tecnica di “sgocciolamento” della pittura su tele stese sul pavimento
Dopo quattro anni di lavoro in questa modalità, Pollock iniziò tuttavia a voler in qualche modo limitare la sua tecnica di applicazione della pittura sulla superficie, versandola piuttosto che facendola gocciolare.
La serie di tele realizzate tra il 1951 e il 1954, inclusa Yellow Islands, divenne nota come “colate nere” di Pollock.
Sebbene non siano state accolte con l’acclamazione riservata ai precedenti dipinti a goccia, molti critici hanno comunque guardato con favore la continua innovazione di Pollock.
Composition C with Red, Yellow and Blue, Piet Mondrian – Artist and Society
Piet Mondrian giunse alla maturità del suo stile di astrazione intorno al 1920, mentre viveva a Parigi.
Rifuggendo da ogni riferimento alla natura, si limita a rappresentare quadrati o rettangoli di colori primari, inseriti in campi bianchi e delimitati da linee rette che si intersecano.

Le sue tele dovevano esprimere i principi dell’equivalenza plastica o quello che lui definiva “neoplasticismo”: un perfetto equilibrio che dall’arte avrebbe dovuto influenzare tutte le sfere della vita, gettando così le basi di una futura società ideale
Astrattismo allo stato puro.
Una stanza tutta per sé: Mark Rothko
Impossibile non citare Mark Rothko che qui alla Tate Modern ha una sala completamente dedicata.
Questi dipinti di grandi dimensioni, noti come i Seagram Murals, furono commissionati a Rothko nel 1958 per un ristorante del Seagram Building di New York.
Per realizzarli costruì nel suo studio un’impalcatura che riproduceva le dimensioni del luogo di destinazione, consentendogli così di dipingere perfettamente in scala.
Dopo più di due anni di lavoro, Rothko si ritirò dalla commissione in quanto riteneva che l’ambiente esclusivo del ristorante fosse inadeguato per le sue opere e in seguito presentò alla Tate Modern una selezione di nove tele della serie.

A differenza delle sue opere precedenti, queste tele hanno un’atmosfera molto più cupa e chi le guarda si sente come immerso in un mare di colore che va dal marrone al nero, passando per il rosso scuro.
Salire sulla terrazza panoramica della Tate Modern
Non tutti sanno che è possibile accedere all’ultimo piano del Blavatnik Building, dove si trova l’espresso bar (così sulla mappa ufficiale) Level 10, per godere di una vista super panoramica su St Paul’s Cathedral e il Tamigi.
In realtà, la vista panoramica è godibile anche dalle vetrate ai livelli inferiori del Natalie Bell Building e anche qui al 6° piano si trova un bar ristorante con vista cupolone di San Paolo.

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Visitare la Tate Modern: orari di apertura e biglietto d’ingresso
La Tate Modern è aperta tutti i giorni dalle 10.00 alle 18.00.
Durante l’anno vengono organizzate delle aperture serali speciali, solitamente l’ultimo venerdì del mese, quando la Tate Modern rimane aperta fino alle 22.00.
L’ingresso alla Tate Modern è gratuito per la collezione permanente (anche se viene suggerita una donazione), mentre sono a pagamento le mostre temporanee.
Controllate sempre sul sito ufficiale se c’è qualcosa che vi può interessare e in tal caso meglio prenotare i biglietti con un po’ di anticipo.

Dove si trova la Tate Modern e come arrivare
La Tate Modern si trova lungo la South Bank, la riva sud del Tamigi.
La fermata della metro più vicina è Southwark, servita dalla Jubilee Line, mentre dall’altro lato del Millenium Bridge potete utilizzare le fermate di Blackfriars, servita da District e Circle Line, oppure St Paul’s servita dalla Central Line.

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